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metafora guarire dalla vulvodinia

A cura del Dr. Roger Panteri

Questa mattina sono andato a correre in collina e il mio sguardo si distendeva lungo la strada tortuosa, che saliva lungo la pendice tra fiumiciattoli, arbusti e rami intricati e dinanzi a me, all’orizzonte, tra nuvole scure, scovavo il massiccio della montagna del Matese, con i suoi picchi innevati. In quel momento ho pensato, affrontare un percorso di risoluzione della vulvodinia deve essere come scalare una montagna… E lo è. Ma per arrivare sulla cima della montagna ci vogliono le attrezzature giuste. Ed un certo grado di esperienza e preparazione.

Comprendere la vulvodinia è di per sé un’operazione ardua, ma se non si identificano bene le cause e se non si agisce in maniera concreta su di esse, la vetta di quella montagna rischia di allontanarsi sempre di più.

Ma partiamo dall’inizio.

 

Che cos’è la vulvodinia?

La vulvodinia è una forma di dolore vulvare cronico, che colpisce fino al 15% delle donne nel corso della loro vita. La vulvodinia può essere “localizzata” (interessa almeno una parte del vestibolo vulvare o il clitoride) o “generalizzata” (colpisce la vulva nel suo insieme irradiandosi al di fuori di essa).

Il dolore viene spesso descritto come tagliente, bruciante, pungente, con la sensazione di irritazione o prurito, che possono essere provocati dal tatto (ad esempio durante l'inserimento del tampone o il rapporto sessuale), può essere non provocato o misto.

Sebbene siano state proposte molte teorie per spiegare la presenza di vulvodinia, inclusi polimorfismi genici, disturbi psicologici, infiammazione/deregolazione di vie infiammatorie, infezioni batteriche o fungine, o infezione da papilloma virus umano (HPV), abusi sessuali durante l’infanzia, disfunzione muscolare del pavimento pelvico, non c’è un chiaro accordo su quali siano le origini di questa condizione.

 

Dottore, ma siamo sicuri che la stiamo trattando bene?

La visione più comune è che la vulvodinia sia un disturbo multifattoriale influenzato da diversi fattori e in quanto tale le terapie multidisciplinari sono considerate le più efficaci nel ridurre/gestire il dolore vulvare cronico e sono attualmente la linea di trattamento raccomandata.

  • Terapie topiche per alleviare dolore, vale a dire anestetici (ad esempio lidocaina) applicati di notte o immediatamente prima del rapporto. Altre terapie topiche (che hanno un’efficacia discutibile e non dimostrata scientificamente) includono estrogeni, fibroblasti lisati, idratanti, miorilassanti (es. baclofen), capsaicina, e antidepressivi triciclici topici a livello intra-vaginale (es. amitriptilina)
  • Terapie orali a base di antidepressivi triciclici come l’amitriptilina (ie. Laroxyl) hanno un effetto nel mitigare il dolore neuropatico e nel migliorare i sintomi della depressione, ma non hanno un’efficacia a lungo termine nella risoluzione della vulvodinia. Io stesso nella mia casistica ho riscontrato un’alta percentuale di sospensione di queste terapie nel tempo da parte di molte donne.
  • La riabilitazione del pavimento pelvico è un intervento importante nella gestione e nel percorso di trattamento della vulvodinia. Inoltre, alcuni antiepilettici come il gabapentin o il clonazepam (ie. Rivotril) possono trovare impiego in donne con disfunzione dei muscoli del pavimento pelvico, anche se quest’ultima condizione è una conseguenza, piuttosto che la causa, della vulvodinia. Di fatto nella mia pratica quotidiana riscontro storie di giovani donne il cui percorso fisioterapico e ostetrico di riabilitazione risulta ostacolato da una concomitante infiammazione a livello intestinale, con il rischio che questa tipologia di intervento venga sospeso precocemente e non dia pienamente i suoi frutti.

Cosa mi causa il dolore?

All’origine dei meccanismi eziopatogenetici della vulvodinia esiste una chiara base infiammatoria che innesca una eccessiva risposta da parte del sistema immunitario. Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato che il tessuto vestibolare delle donne con vulvodinia presenta:

  • Un elevato infiltrato di cellule infiammatorie (ie. mastociti) e una più elevata densità di linfociti B che producono anticorpi
  • Livelli elevati di plasmacellule della mucosa che producono anticorpi IgA e di linfociti T CD4+ (linfociti T helper)
  • Maggiori quantità di mediatori chimici pro-infiammatori come interleuchina 6 (IL-6) e
    prostaglandina E 2 (PGE 2 ), TNF-α e IL-1β

Considerando il fatto che la stimolazione dei mastociti locali produce una proliferazione delle terminazioni nervose deputate alla percezione del dolore, tutto questo quadro causa iperalgesia (aumento esagerato della percezione degli stimoli nocicettivi) e allodinia (percezione di impulso doloroso in risposta ad uno stimolo innocuo)

 

E quindi, cosa mi causa la reazione infiammatoria?

Dietro l’innesco della cascata infiammatoria e la reazione del sistema immunitario c’è un evento infettivo.
Molto spesso una candidosi vaginale.

  • La parete cellulare del fungo Candida Albicans contiene catene di β-glucani, uno scheletro di chitina e manno-proteine che stimolano alcuni recettori toll-like (TLR-2 e TLR-4) posti sulla superficie dei fibroblasti della regione vestibolare, inducendo la secrezione di molecole infiammatorie che possono attivare i meccanismi di percezione del dolore descritti sopra
  • E’ stato dimostrato che i fibroblasti vestibolari, una volta sensibilizzati, possono attivarsi anche in risposta a concentrazioni molto basse di Candida (< 100 cellule), spesso non rilevate da tecniche colturali o di biologia molecolare. Motivo per cui i processi descritti sopra possono avvenire anche in assenza di una apparente infezione attiva.

 

E cosa c’entra con tutto questo il microbiota vaginale e intestinale?

C’entra eccome! L’equilibrio del microbiota vaginale rappresenta il fulcro di questa cascata infiammatoria- immunitaria e la sua particolare composizione può determinare una predisposizione al rischio di vulvodinia piuttosto che influire sui tempi di risoluzione della stessa.

  • Un microbiota vaginale sano, eubiotico, normalmente è dominato al 99% da lattobacilli che svolgono un’azione protettiva nei riguardi di infezioni batteriche o fungine, grazie alla produzione di acido lattico che mantiene un pH vaginale basso e di sostanze antimicrobiche (batteriocine e perossido di idrogeno H 2 O 2 ). Le specie più frequenti che si riscontrano a livello fisiologico sono il Lactobacillus crispatus, Lactobacillus jensenii, Lactobacillus gasseri, Lactobacillus iners.
  • È stata dimostrata una differente composizione del microbiota vaginale nelle donne con vulvodinia che, rispetto ai controlli sani, hanno dimostrato una riduzione di lattobacilli (in particolare di Lactobacillus Crispatus) ed un aumento contestuale di specie opportuniste o patogene (Klebsiella, E.coli, Streptococcus, Gardnerella, Mycoplasma, Candida)
  • Lo squilibrio batterico a livello vaginale e la contestuale perdita della quota di lattobacilli può essere indotta da diversi fattori tra cui infezioni, traumi, terapie farmacologiche e ormonali, ma in modo particolare dalla disbiosi intestinale, ovvero perdita degli equilibri del microbiota intestinale, spesso esacerbata da terapie antibiotiche protratte e ripetute nel tempo

 

E quindi cosa posso fare? Come devo procedere?

Credo fermamente che ci sia una relazione molto forte tra disbiosi del microbiota intestinale e vaginale → infezioni vaginali o del distretto urinario → attivazione del sistema immunitario → infiammazione e percezione del dolore → vulvodinia. Per cui fino a che non analizziamo e comprendiamo i meccanismi che sono all’origine della vulvodinia, in primis la disbiosi del microbiota intestinale e vaginale, non possiamo dare concretamente il via ad un percorso risolutivo della vulvodinia. I miei consigli sono:

  • Indagare il livello di disbiosi a livello intestinale e vaginale attraverso opportuni test ed eventualmente esaminare la presenza di una eventuale permeabilità intestinale
  • Intraprendere una strategia nutrizionale mirata di natura anti-infiammatoria che possa bilanciare i macro e micro nutrienti in modo da aiutare nell’attenuazione dei sintomi e nel controllare la proliferazione dei microorganismi patogeni
  • Intraprendere un percorso di cura a medio-lungo termine della disbiosi intestinale e vaginale attraverso terapie naturali (fitoterapici, pre-biotici, probiotici, etc) che possano favorire il riequilibrio dell’ecosistema batterico e fungino, ridurre l’infiammazione (a livello locale e sistemico) e favorire il ripristino ed il trofismo delle mucose (vaginali e intestinali)

Diceva Sherlock Holmes che i crimini più difficili da risolvere sono quelli ordinari, comuni, che avvengono alla luce del giorno. E questo è il rischio a cui molte donne vanno incontro, ovvero trovarsi intrappolate nell’equazione ordinaria ho un’infezione fungina/batterica → assumo una terapia antibiotica = risolvo infezione, e quindi infiammazione e vulvodinia. Non è così semplice. Dietro alla manifestazione della vulvodinia c’è una sequela di eventi molto complessa che nasce da eventi di insulto batterico o fungino a livello dell’ecosistema vaginale, a sua volta conseguenti da squilibri dell’ecosistema intestinale.

È necessario quindi fare un passo indietro e chiedersi: “Ma perché ho la candida o l’Eschericia coli a livello vaginale?” Questa è una domanda che molti non si fanno. È sufficiente trattare per debellare il microorganismo? La risposta è no. Bisogna creare le condizioni perché non avvengano le recidive che causano nel tempo un’infiammazione cronica del tessuto vestibolare.

Il percorso di risoluzione della vestibulodinia deve nascere quindi da una presa di coscienza di un fenomeno eziopatogenico complesso e sin tanto che non si comprendono le “vere cause” e si inizia ad agire su di esse, non si riuscirà a raggiungere tanto agevolmente quella cima della montagna tanto agognata.

 

Referenze

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Dr Roger Panteri “Disbiosi Doctor”
Biologo Nutrizionista - Esperto In microbiota e salute intestinale
Sito web: www.disbiosidoctor.com
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